Un ritratto a tutto campo della religiosità degli italiani è quello che emerge dal recente volume di franco Garelli (Religione all’italiana. L’anima del paese messa a nudo) che analizza i dati emersi da un’indagine svolta nei primi mesi del 2007 dall’Istituto demoscopico Eurisko di Milano, distinguendoli per categorie secondo i diversi livelli di credenza – dai “convinti e attivi” fino ai “senza religione” - mettendo in rilievo le differenze comportamentali legate all’età, al sesso, all’istruzione e alle aree geografiche di appartenenza (dal Nord al Sud).
L’indagine che si è avvalsa di un campione, accuratamente selezionato, di 3160 persone di età compresa tra i 16 e i 74 anni, intendeva verificare la plausibilità della tesi di chi sostiene (e oggi sono molti) che l’Italia religiosa rappresenti un’eccezione nel panorama europeo, sia per la maggiore persistenza del sentimento religioso che per il legame (tutt’ora piuttosto solido con il cattolicesimo, nonché per il protagonismo della Chiesa più esposta che altrove nel dibattito pubblico sulle tematiche sociali ed etiche. Ma è davvero così? Ciò che immediatamente sembra affiorare dall’insieme degli elementi che compongono il quadro variegato della religiosità indagata dall’inchiesta è l’esistenza nel nostro paese di una situazione ambivalente (e per alcuni aspetti apertamente contraddittoria) caratterizzata cioè dalla compresenza di fattori spesso discordanti che rendono problematica la valutazione. Una situazione, che in ogni caso, discostandosi piuttosto nettamente da altre esperienze europee (e non solo) giustifica la possibilità di parlare – come suggerisce lo stesso titolo del volume di Garelli – di una “religione all’italiana.”
UNA RELIGIOSITA’ DEL FAI DATE
L’ancoraggio dei valori della tradizione cattolica, considerati come un serbatoio di risorse con una funzione rassicurante – si pensi soltanto all’importanza di alcuni riferimenti conoscitivi e simbolici ai quali riferirsi nei momenti più significativi dell’esistenza (la cultura laica è al riguardo assai carente) – si accompagna ad una grande libertà di scelta e ad una aperta autonomia di giudizio nei confronti delle posizioni ufficiali della chiesa in molti campi della vita morale e sociale. Si può per questo parlare di un rapporto flessibile, selettivo, “su misura” con la religione cattolica (e con la chiesa); un rapporto non contrassegnato da una radicale opposizione, ma da un atteggiamento di adesione parziale, che si traduce nella tendenza a discernere, di volta in volta, ciò che merita di essere rispettato e ciò che può essere, invece, tranquillamente rifiutato.
La riprova del consolidarsi di questo atteggiamento è data anzitutto dalla presenza di una marcata selezione delle verità fondamentali del credo cristiano, alcune pacificamente accettate, altre messe senza esitazione in discussione o apertamente negate – emblematico è al riguardo il capitolo delle tematiche escatologiche, che risultano nell’insieme le più nebulose – ma anche dal declino della frequenza ai riti prescritti come obbligatori dai precetti della chiesa – tra questi lo stato di maggiore decadenza va ascritto al sacramento della confessione – e soprattutto dalla presa di distanza nei confronti di alcuni interventi del magistero riguardanti il comportamento sessuale e matrimoniale o le questioni della bioetica.
E’ dunque innegabile che va facendosi strada una sempre più consistente spinta alla soggettivizzazione dell’esperienza cristiana, la quale coincide con l’assenso a una forma di religiosità individualista, una sorta di religione del “fai da te” di cui sono protagonisti soprattutto i giovani – i dati dell’inchiesta evidenziano con chiarezza la crescita di questa tendenza nell’ambito del mondo giovanile -; una religiosità che non rifiuta di per sé il riferimento alla tradizione cristiana – fondamentale è, ad esempio, il ricorso ad essa per solennizzare i momenti più significativi dell’esistenza come la nascita, il matrimonio e la morte – ma che si sviluppa nello stesso tempo, in modo del tutto autonomo, incurante delle prescrizioni ecclesiastiche e preoccupata anzitutto di rispondere ai bisogni legati alla sfera della soggettività. Un ulteriore segno di questo orientamento è costituito dalla crescente adesione alle pratiche (cultuali e non) della tradizione orientale, che rappresentano una modalità alternativa di sperimentazione del fenomeno religioso, una vera e propria rivoluzione spirituale, nella quale ad essere in primo luogo in gioco è la ricerca del proprio sé profondo mediante l’esercizio dell’introspezione e dell’ascolto interiore e dove l’intento che, in definitiva, si persegue è quello di favorire la libera espressione della propria autenticità.
Il modello di religiosità che scaturisce dall’indagine è pertanto caratterizzato da una varietà di comportamenti che contrassegnano in modo assai differenziato l’appartenenza cattolica e che convergono tuttavia nella ricerca della realizzazione soggettiva come movente fondamentale di adesione all’universo religioso e come filtro in base al quale vengono selezionate le verità e le pratiche che a tale universo fanno capo.
Da Indagine Eurisko, di Giannino Piana